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Chicago, 2 Dicembre 1942: ricordo di Enrico Fermi

Luogo: Chicago
Data: 01/01/1962
Canale: Filmati Storici
Autori: Antonio Ghirelli, Maurizio Barendson

Gli aspetti e le principali tappe scientifiche della vita di Enrico Fermi in Italia e negli Stati
Uniti:
dagli studi liceali alla messa in funzione della prima “pila atomica” per concludere con il suo
ultimo discorso a Varenna, quando tornò in Italia per l’ultima volta.
Uomo di grande intelligenza e umanita’ viene ricordato con aneddoti e citazioni da
scienziati, collaboratori, amici e familiari per il suo indiscusso ingegno ma anche per il suo
altruismo e la sua sensibilità..
Nel documentario e’ coInterviste alla moglie Laura Capon, alla figlia Nella, a E. Amaldi,
Oscar D’Agostino, etc.
Il filmato deve essere considerato anche un documento di pregio dal punto di vista storico.

Questo documentaro proviene dal Fondo Filmati Storici dell'ENEA, recentemente ceduto alla FONDAZIONE CENTRO SPERIMENTALE DI CINEMATOGRAFIA ARCHIVIO NAZIONALE DEL CINEMA DI IMPRESA DI IVREA.

Fermi was a fabulous person... he enjoyed teaching very very much and he was a marvel teacher.
Un uomo favoloso questo il giudizio che di Enrico Fermi dà un suo discepolo americano il Professor Wattenberg.

Chicago, Illinois, Stati Uniti 2 dicembre 1942, venti anni fa.
In un sottoscala del campo sportivo dell’Università lo Stagg Field, un gruppo di scienziati americani che operano sotto la direzione di Enrico Fermi, mette in funzione la prima “pila atomica”.
Per la prima volta nella storia l’uomo provoca una reazione nucleare a catena e la controlla: è un’immensa energia che la scienza mette a disposizione dell’umanità, una data storica nell’evoluzione della fisica moderna.
E’ il momento culminante della seconda guerra mondiale, gli Stati Uniti dopo un anno dall’aggressione dei giapponesi  a Pearl Harbor stanno riprendendo l’iniziativa, è cominciata la battaglia di Guadalcanal che bloccherà i giapponesi nel Pacifico meridionale. Sul fronte europeo gli alleati stanno conducendo a termine lo sbarco d’Africa. In Russia la sesta armata tedesca è in disfacimento nella morsa di Stalingrado.
La guerra però non si combatte soltanto sui fronti di battaglia ma anche nei laboratori scientifici. Si sa che gli scienziati tedeschi stanno preparando nuove armi potenti, occorre non farsi battere sul tempo.
Nell’estate del 1939 il Presidente Roosvelt accogliendo il suggerimento di Einstein chiama il fisico italiano Enrico Fermi, che all’Università di Columbia a New York sta compiendo ricerche sull’energia nucleare, a far parte del gruppo di sperimentatori che lavorano nell’organizzazione del Governo degli Stati Uniti.
Il gruppo opera agli ordini di un militare, il Generale Groves. Il 2 dicembre 1942, Enrico Fermi e i suoi 40 collaboratori hanno portato a termine lo strumento che servirà a produrre l’energia nucleare; è cominciata l’era atomica.
Fermi, mira a realizzare praticamente le premesse gettate dagli studi suoi e altrui sulla radioattività artificiale. In teoria si sa ormai da quattro anni come procedono le cose. Un atomo di uranio bombardato con neutreoni, si stacca in due metà; sommate insieme le due metà pesano meno dell’atomo intero. Che cosa è accaduto? Una piccola parte della loro massa non si è dispersa ma si è trasformata in energia. In poche parole con la scissione dell’atomo vengono emessi altri neutroni che si rendono disponili per una ulteriore reazione con altri atomi di uranio fino ad arrivare ad un processo a catena che ricorda le reazioni dell’energia solare. Fermi, mira dunque ad ottenere una reazione a catena, mettendo insieme una grossa quantità di uranio; egli sa però che è necessario costruire un ambiente protettivo che eviti la dispersione dei neutroni, li rallenti e ne favorisca in tal modo l’incontro con gli atomi di uranio. “La pila” o reattore atomico, non è altro che questo ambiente protettivo.
Ciò che accadde il 2 dicembre, è ricordato ancora con grande commozione da coloro che vi parteciparono. Alle otto e trenta del mattino gli scienziati cominciano a radunarsi nel cortile dello Stagg Field.

Fermi ha fatto allestire un dispositivo di sicurezza atto a impedire una disastrosa esplosione; sono barre di cadmio che vengono inserite nella pila secondo  una particolare geometria e che hanno il potere di controllare la reazione a catena.
Alle 9 e 45, Fermi ordina che siano alzate le barre di controllo manovrate elettricamente; la pila comincia a funzionare. Il ticchettio dei contatori che indicano il conteggio dei neutroni prende ad aumentare. Poco dopo le 10, Fermi ordina che la barra di emergenza sia tirata fuori, la barra è chiamata scherzosamente “zip”.
Alle 10 e 30 il ticchettio dei contatori diviene più rapido, non ci siamo ancora; l’indice si arresta al nuovo livello, il ticchettio prosegue irregolare, la reazione è ancora disordinata. Alle 11, barra fuori di altri sei pollici: risultato identico.
Alle 11 e 35 lo zip viene ritirato. Uno scroscio e il ticchettio dei contatori si arresta; Fermi sbalordisce tutti con una uscita inaspettata: “ho fame, andiamo a mangiare.”
Ha capito che i suoi uomini hanno bisogno di riposo, ma è più calmo e fiducioso che mai.  
Alle 14 e 50 la barra di controllo viene innalzata di un altro piede, i contatori impazziscono ma la meta non è ancora raggiunta.
Fermi è teso come un arco. Alle 15 e 20 ordina: “tirate fuori la barra di sei pollici”.
La barra è ritirata; Fermi dice allo scienziato americano Compton che gli è accanto: “questa volta ce la fa”.
Per due minuti Fermi si immerge nei calcoli; se l’aumento della velocità dei neutroni è costante e rimane tale, significa che la reazione si mantiene da sola, che l’esperimento è riuscito.
Il viso di Fermi è immobile, gli occhi corrono veloci da un quadrante all’altro, la sua espressione è calma. All’improvviso tutto il suo volto si illumina di un aperto sorriso.
La reazione si mantiene da sola!
Il gruppo dei quaranta scienziati di Fermi rimane a contemplare per ventotto minuti il primo reattore del mondo in funzione. Gli strumenti di controllo confermarono che l’esperimento era riuscito.
Un’esperienza indimenticabile, per gli scienziati che vi presero parte.
Appena Fermi ebbe dato l’ordine di arrestare il reattore il fisico ungherese Wigner andò ad offrirgli un fiasco di Chianti che aveva tenuto nascosto per tutta la giornata. Fermi sturò il fiasco, fece portare dei bicchieri di carta ed offrì da bere a tutti. In silenzio, solennemente, senza brindisi, gli scienziati portarono i bicchieri alle labbra. Il fiasco vuoto finì poi nelle mani di un fisico americano, un giovane di venticinque anni che faceva parte del gruppo: Albert Wattenberg.

(Albert Wattenberg, Illinois University:)
“Durante l’ultima ora io ero sull’ascensore, l’ascensore che noi avevamo usato per costruire la pila; alle undici e mezzo Fermi ha detto: mangiare, let us go we would lunch. Fermi era una persona favolosa”
L’esito dell’esperimento venne comunicato al Professor Conan dell’Università di Harvard. Fu una telefona in codice:
-    Il navigatore italiano è sbarcato nel nuovo mondo
-    Come si sono comportati gli indigeni?
-    Molto amichevolmente
Ma perché il navigatore italiano era sbarcato nel nuovo mondo? Quali eventi avevano portato Enrico Fermi negli Stati Uniti? E chi era? Chi è stato, Enrico Fermi?

Ultimo di tre figli, Enrico nacque a Roma il 29 settembre 1901, in un modesto appartamento di Via Gaeta. Il padre era un impiegato delle Ferrovie dello Stato, la madre una maestra elementare; Enrico Fermi dimostrò di possedere un ingegno precoce; la passione per la lettura lo spingeva a girovagare per le bancarelle di libri di Campo dei Fiori. Un giorno quando già frequentava il ginnasio, trovò un trattato di fisica matematica in due volumi, lo comprò e lo lesse in pochi giorni, soltanto quando fu arrivato all’ultima pagina si accorse che era scritto in latino.
I suoi professori del resto, avevano riconosciuto in lui grandi qualità.

(Prof. Luigi Talamo, docente di Fisica)
Io fui chiamato a sostituire in questo Liceo, che allora si chiamava “Umberto I”, il Professor Calzecchi Onesti già illustre per la sua invenzione del “coherer” e trovai qui, anche un alunno che si chiamava Fermi Enrico che frenquentava in quell’anno, 1917, la prima classe, sezione “B”; aveva sedici anni, si sapeva in tutto il liceo che era un giovane di grande precocità e alla precocità si accompagnava un interesse multilatere anche per le altre materie, cosicché noi troviamo che anche in filosofia, egli prendeva 10.
Poi egli saltò un anno e nel 1918, passava già all’Università a Pisa.
Bisogna e si può concludere, questo lo diciamo ai giovani, che non è necessario per un genio che da ragazzo sia discolo e sia poco studioso. A questo proposito possiamo invece dire che (e questo dai registri può a noi risultare) che Fermi, soccorreva i compagni che, specialmente in matematica, fossero un pochino debolucci.

Enrico dimostrò fin da ragazzo una straordinaria curiosità per tutto ciò che lo circondava, perfino nelle cose più semplici. L’osservazione di una trottola gli doveva ispirare l’enunciazione delle leggi del giroscopio; era arrivato a questa conclusione osservando che l’asse della trottola tendeva ad assumere col movimento sempre una posizione verticale. La scoperta di Fermi fu davvero eccezionale se si pensa che allora non conosceva le formule matematiche necessarie a spiegare il fenomeno. Le prime discussioni di carattere scientifico le ebbe con un ingegnere delle ferrovie amico del padre, il quale lo spinse poi ad iscriversi alla facoltà i fisica matematica alla Normale di Pisa. Nel 1918 Fermi cominciò a frequentare i corsi a Pisa nonostante che i genitori non vedessero di buon occhio che si allontanasse dalla famiglia. A Pisa fu protagonista di un episodio inconsueto; nel corso di una discussione con il titolare della cattedra di fisica, dimostrò una tale conoscenza della materia che il suo professore gli chiese di comunicargli le sue conoscenze personali nel campo della fisica teorica, un campo allora poco coltivato.
Enrico si laureo’ il 4 luglio del 22 con una tesi sui “Raggi Randen” col massimo di voti e lode nonostante che il collegio dei professori, fosse rimasto scettico di fronte alle teorie troppo avanzate espresse da lui nella tesi.
Fuori dell’Università il comportamento di Fermi non era diverso da quello dei giovani della sua età. Partecipava, in compagnia di Franco Rasetti, che in seguito divenne  uno dei suoi più intimi collaboratori, alla vita goliardica del tempo, anche alla più spregiudicata.
Tornato a Roma dopo la laurea, ebbe un incontro che fu decisivo per la sua carriera scientifica. Allora dirigeva l’Istituto di Fisica di Roma in Via Panisperna, il Professor Orso Mario Corbino, Senatore e già Ministro della Pubblica Istruzione, un uomo da cui dipendevano le sorti delle ricerche scientifiche italiane, nel campo della fisica.
Fermi tornò a Roma ai tempi dell’avvento del fascismo, un fatto che in seguito dovrà influire profondamente sulla storia della sua vita.
Ben presto il giovane fisico prese contatto con la cultura europea, soprattutto nel campo della ricerca scientifica. Frequentò un corso di perfezionamento a Gottinga, in Germania dove conobbe giovani studiosi, tra cui Werner Heisenberg che in seguito sarebbero diventati celebri.
Più tardi si recò all’Università di Leida in Olanda, qui entrò in contatto con gli allievi di un famoso fisico teorico Ehrenfest, questa esperienza lo convinse dell’importanza del lavoro di equipe per il progresso della fisica moderna, un metodo che fu alla base della sua futura  attività di ricercatore.
La carriera universitaria di Fermi fu molto rapida, dopo aver perduto un concorso per l’Università di Cagliari nel 1925, perchè i membri della Commissione erano ostili alle teoria della relatività di cui Fermi era convinto assertore, ottiene nel 1926 la Cattedra di Fisica teorica a Roma. L’aveva istituita apposta per lui Orso Mario Corbino che aveva profondamente apprezzato la prima opera fondamentale di Fermi pubblicata alcuni mesi prima: la “Teoria statistica sulla quantizzazione del gas perfetto mono atomico”.
Corbino aveva un piano ambizioso, quello di costituire nell’Istituto di Via Panisperna una vera  e propria Scuola di Fisica; accanto ad Enrico chiama Franco Rasetti come assistente. Trovati i Maestri, cerca gli allievi suggerendo ai migliori dei suoi studenti di Ingegneria di passare a Fisica. Sul momento accetta soltanto Edoardo Amaldi che diverrà più tardi il successore di Fermi all’Università di Roma. Enrico, era ormai sulle soglie della sua avventura nel mondo degli atomi ma ciò non gli impediva di avere una vita normale. Aveva meno di 23 anni ed insegnava già all’Università quando conobbe Laura Capon, figlia di un Ammiraglio israelita, la ragazza che sarebbe diventata sua moglie.

(Laura Fermi)
Fermi e io ci siamo conosciuti coi ragazzi del Gruppo dei Matematici di Roma, gli Enriquez e i Castelnuovo avevano dei figlioli, più o meno, della mia età e erano miei amici, fu una domenica e la mia amica Gina Castelnuovo mi telefonò per chiedermi se volevo andare a fare una passeggiata con loro e quando arrivai c’era questo giovane strano: capelli molto neri, la faccia scura e me lo presentarono come  una persona molto promettente, insegnava già all’Università, era un Fisico e la speranza della Fisica italiana. A me, devo dire la verità, quella volta non mi fece una grande impressione. Mi fecero giocare al football quella volta e il Fermi mi disse: “non si preoccupi vinciamo ad ogni modo perché ci sono io” e invece poi lui c’aveva una suola di una scarpa penzolone, quando cercò di acchiappare la palla cadde, la palla mi urtò, perciò fui io che vinsi. Ci ritrovammo più di due anni dopo in montagna a Santa Cristina, dove lui aveva seguito il Gruppo dei Matematici; si fecero quell’estate un gran numero di passeggiate, a Fermi gli piacevano molto tutti i tipi di sport, esercizio fisico. Anzi era molto più fiero dei suoi risultati fisici in senso sportivo, che non di quelli fisici nel senso della scienza. Per esempio doveva essere sempre lui il primo ad arrivare in cima a una montagna, doveva essere lui quello che decideva cosa si faceva, diceva sempre che era quello che vedeva più lontano, vedeva gli uccelli che noi no riuscivamo a vedere, cose di questo genere.
Nell’estate del ’28 Laura ed Enrico si sposarono in Campidoglio; lo sposo si fece aspettare perché all’ultimo momento nell’infilarsi la camicia si era accorto che le maniche erano troppo lunghe. Senza perdersi d’animo si era seduto alla macchina da cucire ed aveva fatto una grossa piega a ciascuna manica, non si sgomentava per così poco. In casa non esisteva congegno meccanico che non fosse capace di aggiustare da solo. Un giorno che la sua auto, una piccola Peugeot stava per andare a fuoco, scoprì che era la cinghia del ventilatore ad essersi disintegrata, si tolse la cintura dei calzoni e riparò il guasto.
Compiuto uno strano viaggio di nozze in idrovolante sulla rotta Fiumicino-Genova, con appendice alpina a Champ Luc, gli sposi tornarono a Roma dove li attendeva un appartamentino nuovo in Via Belluno.

Il Professor Corbino continuava a favorire la fortuna di Enrico; fallita nello stesso 1928 la sua candidatura all’Accademia dei Lincei, Fermi venne chiamato nel marzo del 1929 a far parte della Nuova Accademia d’Italia. Aveva meno di ventotto anni ed era senza confronti il più giovane collega di Marconi e di Mascagni. L’uniforme della Farnesina con ricami d’argento, feluca piumata e spadino, cagionò non poco imbarazzo allo spregiudicato fisico romano. Il titolo di “eccellenza” gli sembrava comico. Potrebbe essermi utile diceva una volta  a sua moglie, per affrettare pratiche burocratiche, se potessi dire agli impiegati: “sono mia eccellenza Fermi, ma... sua eccellenza, non posso mica dirlo”.
Il sogno di Corbino, stava diventando intanto realtà. Dopo Amaldi, molti studenti italiani e stranieri, tra cui Emilio Segré, presero a confluire in Via Panisperna. D’Agostino, Segré, Amaldi, Rasetti e Fermi costituirono però il nucleo principale della Scuola.
Erano i ragazzi di Corbino: scienziati di temperamento e vocazioni opposte e tuttavia uniti dall’amicizia e da un enorme entusiasmo.
Enrico insegnava con assiduità e semplicità esemplari. Verso la fine dei lunghi pomeriggi riuniva intorno al suo scrittoio collaboratori ed allievi per discutere animatamente con loro.
Dal 1933 in avanti la scuola romana si volge allo studio della fisica nucleare. Nel gennaio del 34, Federico e Irene Curie annunciano la scoperta della radioattività artificiale grazie al bombardamento dell’alluminio con particelle alfa veloci. Interessatissimi alle notizie da Parigi, Fermi e i suoi amici si mettono in contatto con l’Istituto Curie presso cui accreditano il chimico del gruppo: Oscar D’Agostino.
(Oscar D’Agostino, Chimico Istituto Superiore di Sanità)
Nella breve permanenza nell’Istituto di Madame Curie a Parigi, seguii il corso da lei tenuto alla Sorbonne e contemporaneamente presi parte a delle ricerche sulla elettrochimica del Polonio col mio collega Inzischi un Lunedì di Pasqua ricordo, ritornai all’Istituto di Fisica dell’Università, dove fui accolto con urla quasi di gioia di cui non riuscivo a comprenderne la ragione e mi fu spiegato che proprio in quei giorni erano state iniziate le esperienze sulla scissione dei nuclei atomici mediante bombardamento con neutroni, che già qualche risultato si era ottenuto e che si chiedeva l’opera del chimico per precisare la natura del prodotto chimico ottenuto.

Fermi ebbe l’idea di tentare l’uso di neutroni in luogo delle particelle alfa, nell’intento di ottenere una maggiore radioattività artificiale, essendo privi di carica elettrica, i neutroni bombardano più efficacemente il nucleo.
Il gruppo dei fisici romani scoprì per caso il 22 ottobre dello stesso 1934 che questa efficacia cresceva ulteriormente se diminuiva la velocità dei neutroni; i neutroni rallentati sono proiettili ideali per scindere il nucleo. L’esperimento fu fatto nella fontana di Via Panisperna e segnò la seconda grande tappa nella carriera scientifica di Enrico.
 
(Prof. Edoardo Amaldi, Direttore Istituto Fisica di Roma)
Il periodo dal ’28 al ’38,  all’Istituto di Fisica dell’Università di Roma, è stato un periodo del tutto eccezionale, soprattutto per la presenza di Fermi che, che era, si può dire anche oggi, una figura di assoluto primo piano. I risultati sia nel campo teorico che nel campo delle esperienze ottenute in quell’epoca erano veramente e estremamente importanti e interessanti ed ebbero subito un grandissimo riconoscimento da parte di tutti i Paesi del mondo. A quell’epoca l’Istituto di Fisica dell’Università di Roma, si trovò ad essere uno dei cinque o sei Istituti nel mondo che davano annualmente il maggior contributo al progresso della fisica nucleare. Subito dopo la scoperta del neutrone fatta da Chadwick nel ’32, Fermi fece le prime esperienze sopra la radioattività artificiale e subito il lavoro fu organizzato da un gruppo non molto vasto, ma sempre di cinque o sei persone, in maniera direi, estremamente moderna e direi... con una visione pratica dei problemi.
Il periodo di cui parliamo, è stato spesso definito come un periodo classico della fisica nucleare ed effettivamente chi ci si è trovato, non può non ricordarlo, in un certo senso, con nostalgia. E’ difficile nella vita di una persona che si ripetano più volte delle situazioni così eccezionali.

Nel periodo fra le due guerre grandi scoperte furono realizzate con mezzi relativamente esigui; i fisici attuavano in chiave sperimentale le intuizioni rivoluzionarie con cui Einstein e Plunk avevano aperto il nuovo secolo, si trattava di rastrellare palmo a palmo l’immenso territorio scientifico aperto dalla fondamentale equazione di Einstein, in cui l’energia è uguale alla massa moltiplicato il quadrato della velocità della luce. La massa si trasforma in energia di altissimo potenziale, l’energia contenuta in un chilogrammo di uranio fissile, è la stessa sprigionata da 200 milioni chilogrammi di carbone. Prospettive incredibili si aprono dinanzi alla scienza, all’economia e alla medicina moderne.

Purtroppo il nostro Paese perse subito il grande vantaggio acquisito in partenza con le ricerche dei ragazzi di Corbino; la felice stagione del ’34 finì; via via i giovani scienziati si dispersero e fino al ’38 a Roma solo Fermi ed Amaldi continuarono a lavorare, ma con un ritmo diverso e senza i grandi entusiasmi di un tempo.
Fattori esterni intervennero a distrarre e a turbare i Fisici dell’Istituto Romano: La Guerra di Etiopia fu l’inizio di una serie di avvenimenti che finirono per sconvolgere l’animo dello scienziato. Ma l’episodio decisivo furono le leggi razziali. Fermi ne rimase profondamente colpito, sua moglie era ebrea e gli stessi suoi figli Nella e Giulio potevano correre gravi rischi. Egli aveva ormai preso la sua decisione e l’attuò un anno prima che scoppiasse la seconda guerra mondiale con il concorso di una circostanza particolare. La mattina del 10 novembre 1938,  Fermi fu avvertito che nel tardo pomeriggio avrebbe ricevuto una telefonata da Stoccolma. Il giornale radio delle diciassette portò un’altra serie di allarmanti novità che toccavano da vicino la sua famiglia: era la seconda e più grave ondata di leggi razziali che degradavano gli ebrei a cittadini di seconda classe. Poco dopo arrivava l’attesa comunicazione dalla Svezia. Il Segretario dell’Accademia Svedese annunciò personalmente ad Enrico che gli era stato conferito il Premio Nobel per le sue fondamentali ricerche del 1934.
Il 6 dicembre, Enrico partiva per sempre dall’Italia con la moglie e i figli.
Il portiere della sua ultima abitazione romana non lo ha dimenticato.

(portiere)
L’ho conosciuto che era una bravissima persona, molto democratico, gentile; anzi, tante volte dico che mi salutava prima lui, anche se non lo vedevo, mi salutava prima lui che io. Una persona alla buona, non tanti complimenti, eccetera, eccetera. Mi ricordo che i primi di dicembre del 1938, partì da qui con  un po’di valigie e disse: “Devo intraprendere un viaggio un po’ lungo, non so se ci rivediamo ancora” e mi salutò cordialmente, così.

Quattro giorni dopo, il fisico italiano e la scrittrice americana Pearl Buck, sedevano sul palcoscenico nel Salone dei Concerti di Stoccolma, alle loro spalle gli accademici svedesi e i premi Nobel degli anni precedenti. Quando venne il turno di Enrico, Re Gustavo gli strinse la mano e gli consegnò l’astuccio con la medaglia, il diploma e la busta del premio. Per non voltare le spalle al Re, Fermi ritornò a ritroso in palcoscenico, la cosa gli riuscì così bene che continuò a vantarsene per diversi anni.
Al momento della partenza da Roma qualcuno aveva rimproverato a Fermi di abbandonare  una scuola, i cui allievi riponevano tanta fiducia nel suo insegnamento. Edoardo Amaldi, invece, pur avvertendo la pena del distacco, comprese perfettamente l’amico.

(Prof. Edoardo Amaldi, Direttore Istituto Fisica di Roma)
Devo dire che non è stata solo la partenza di Fermi che ha rappresentato secondo me, una vera catastrofe per la cultura italiana. Insieme a Fermi sono partiti parecchi altri. Qualcuno spinto dalle leggi razziali; qualche altro sotto la pressione politica che era veramente cresciuta al di là dei limiti del tollerabile, comunque ci fu un esodo e solo pochi rimasero in Italia.
Subito dopo la partenza di Fermi e degli altri scienziati in genere, fisici in particolare, che avevano lasciato l’Italia nel ’38 c’è stato un periodo particolare veramente di grande depressione. Questo periodo è durato per parecchi anni e oggi, a distanza di tempo, possiamo dire che gli sforzi fatti non sono andati perduti. Effettivamente in Italia oggi esiste una fiorente Scuola di Fisica moderna; non è solo più a Roma, non è solo più a Firenze, è in molte Università italiane e i giovani che lavorano oggi, che sono nati, molti di loro perlomeno, dopo la partenza di Fermi, certamente sono in grado di affrontare problemi di Fisica veramente difficili e di apportare il loro contributo allo sviluppo della Fisica moderna.

Quando da Stoccolma Fermi proseguì con la famiglia verso New York, era già stato invitato dalla Columbia University a ricoprire la Cattedra di Fisica, vi rimase fino al dicembre del 1941, allorché chiamato a collaborare allo sforzo bellico degli Stati Uniti, si trasferì a Chicago presso il Laboratorio dell’Università.
Qui prese a lavorare intorno alla famosa “Pila Atomica” che il 2 dicembre del 1942 sarebbe stata portata alla sua dimensione critica. Lo storico pomeriggio del giorno 2 gettò le premesse per tutte le applicazioni guerresche e pacifiche dell’energia atomica.
Il 16 luglio 1945 la prima bomba sperimentale venne fatta esplodere nel Nuovo Messico a Los Alamos, presenti tecnici e scienziati tra cui Fermi.
A fine guerra, Enrico si stabilisce definitivamente a Chicago. E’ Titolare della Cattedra di Fisica all’Università: può dedicarsi finalmente ad uno studio più raccolto.
Effettua dapprima ricerche sui fenomeni ottici dei neutroni lenti, quindi passa ad analizzare la fisica dei mesoni. Un male spietato mina già la sua fibra quando nell’estate del 1954, egli torna ancora in Italia a visitare i luoghi della giovinezza.
Per invito della Società Italiana di Fisica partecipa ad un convegno sulle sponde del Lago Maggiore, a Varenna. E’ l’ultimo viaggio. Al ritorno in America, i medici diagnosticano la natura inesorabile del  male. Il 28 novembre, Enrico Fermi si spegne nella sua casetta di Chicago, lasciando un grande nome, la moglie Laura e i due figli ancora ragazzi: Giulio e Nella.

(Nella Fermi)
Sono cresciuta, come sai, in un ambiente scientifico, benché le mie inclinazioni sono più artistiche. Quando ero piccola, mio babbo mi ha detto che lui divideva gli atomi e così quando la gente mi chiedeva: “Cosa fa tuo babbo?”, io gli dicevo: “Mio babbo divide gli atomi”
“E come si fa a dividere gli atomi?” “Ma, si piglia un pezzetto di qualche cosa, per esempio una tavola e poi si divide a metà, e poi di nuovo a metà, e così ancora e ancora finché si ha un atomo e poi allora, lo si divide di nuovo a metà. Più avanti quando mio babbo ha vinto il Premio Nobel, sono andata con la mia famiglia in Svezia; una volta lì mi hanno chiesto se volevo andare alla cerimonia nella quale il Re di Svezia avrebbe presentato il Premio Nobel a mio babbo, io ero piccola allora, solo sette anni ho detto no; però per il resto della mia vita me ne son pentita. In fondo non avrò più un’altra opportunità di vedere questa cerimonia
Quando i miei genitori sono tornati dalla Cerimonia, mio babbo mi ha fatto vedere il premio e questo consisteva di tre cose: un bel diploma, una medaglia d’oro che mi pareva proprio grande, enorme e una busta. Mi ha chiesto: “di queste tre cose, quale trovi la più importante?”
Io c’ho pensato un po’ su e ho detto: “la busta, perché naturalmente nella busta ci devono essere i soldi”.

In poco più di trent’anni, fu detto nella commemorazione all’Accademia dei Lincei, Fermi ha compiuto un lavoro meraviglioso per grandiosità, eleganza e semplicità di concezione.
Pochi anni prima di morire aveva enunciato una teoria sull’origine dei raggi cosmici che lo pose subito in primo piano tra gli scienziati dell’era spaziale; le qualità del suo intelletto furono pari a quelle dell’animo, il suo spiccatissimo senso del dovere, il  carattere mite, alieno da ogni violenza, il rispetto per le opinioni degli altri, il vivissimo spirito critico, il senso dell’amicizia e la generosità nel riconoscere i meriti altrui, sono qualità che fanno di lui un uomo indimenticabile.
L’ultima volta che fu tra noi, Fermi parlò ai suoi colleghi, agli amici e agli eredi della sua scuola, lasciando un prezioso messaggio in queste parole di scienziato e di maestro:

(Enrico Fermi a Varenna)
La mia è la materia prima dell’era atomica, si ritiene che i depositi di uranio ora conosciuti nel mondo, ci potranno fornire energia sufficiente per parecchie migliaia di anni. Energia che sarà a disposizione di tutti i popoli della terra, perché l’atomo è internazionale. Nessuna nazione o nessun gruppo di nazioni mantiene il monopolio dell’uranio, o il monopolio della scienza atomica o il monopolio degli impianti atomici. L’era atomica è sorta come il risultato di studi di vari scienziati, in Italia, in Francia, in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Danimarca, in Germania e in altri Paesi e lo spirito di cooperazione continua nel mondo di oggi, come lo dimostra l’intesa delle ricerche sull’energia nucleare tra Norvegia e Olanda con sede a Oslo e il consiglio europeo per le ricerche nucleari di Ginevra che accentra le ricerche e le conoscenze scientifiche dei diversi paesi europei che vi aderiscono. Essi lavorano insieme seguendo un piano coordinato di ricerche e avvalendosi di una attrezzatura che nessuna nazione da sola sarebbe in grado di fornire. I risultati di queste ricerche saranno messi a disposizione di tutti. Per esempio, gli isotopi radioattivi prodotti in Inghilterra, negli Stati Uniti, in Canada e altrove vengono usati oggi in tutto il mondo: negli ospedali, nell’industria, in agricoltura nei luoghi più disparati come la Finlandia o la Nuova Zelanda. Lo sviluppo degli impianti di energia atomica sta diventando realtà in un numero sempre maggiore di paesi. Le consegne di isotopi aumentano di giorno in giorno solo da Oak Ridge negli Stati Uniti, per esempio, le spedizioni di isotopi sono saltate da mille e novecento nel 1947 a più di undicimila nel 1953. L’era atomica ha solo dodici anni di età e noi siamo soltanto all’inizio, siamo appena alla soglia dei benefici che ci verranno dall’opera di centinaia di migliaia tra scienziati e laboratori nel campo atomico.
Questa energia è come una banca da cui noi potremo sempre fare prelevamenti quando, per usare le parole del Presidente Eisenower, troveremo il modo di far si che il miracoloso spirito inventivo degli uomini non sia indirizzato alla loro morte ma venga dedicato alla loro vita.

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